L'intelligenza nishnaabe come etica della rioccupazione
La resistenza come pratica quotidiana di rifiuto e reinvenzione
L’educazione come trasmissione di un’intelligenza viva
Per Leanne Betasamosake Simpson, la posta in gioco centrale per i Nishnaabeg oggi non è preservare un patrimonio, ma far emergere una generazione capace di pensare e agire a partire da un’intelligenza specifica, radicata nelle relazioni con la terra. Questa intelligenza non si trasmette attraverso programmi scolastici o riforme istituzionali, ma attraverso una pratica quotidiana, un modo di stare al mondo che sfugge ai quadri coloniali. L’autrice sottolinea come i sistemi educativi statali, anche quando tentano di integrare saperi autoctoni, lo facciano secondo logiche che li svuotano della loro sostanza. Trasformano modi di conoscenza relazionali in oggetti di studio, pratiche vive in contenuti da consumare.
Per Simpson, l’educazione nishnaabe tradizionale mira a un orizzonte del tutto diverso: formare persone che incarnino questa intelligenza nella loro stessa vita, quali che siano i vincoli della loro epoca. Non si tratta di riprodurre un passato idealizzato, ma di coltivare modi di pensare e agire che permettano di navigare il presente senza sottomettersi alle categorie imposte dal colonialismo. Gli anziani, i guaritori, i teorici e gli storici di cui parla non sono figure del passato, ma modelli per oggi. La loro legittimità non deriva da un diploma o da un riconoscimento istituzionale, ma dalla capacità di vivere secondo questi principi, adattarli e trasmetterli.
Questa visione dell’educazione come pratica piuttosto che come trasmissione di conoscenze pone una domanda radicale: come crescere bambini che non siano solo consumatori di saperi, ma produttori di senso, radicati in relazioni concrete con la loro comunità e il loro territorio? Per Simpson, la risposta non può che venire da un rifiuto dei termini imposti dallo Stato e dall’accademia. Non si tratta di “indigenizzare” le istituzioni esistenti, ma di creare spazi in cui questa intelligenza possa fiorire al di fuori delle loro logiche.
inglese Our Ancestors’ primary concern in “educating” our young people was to nurture a new generation of elders—of land-based intellectuals—philosophers, theorists, medicine people, and historians who embodied Nishnaabeg intelligence in whatever time they were living in because they had lived their lives through Nishnaabeg intelligence.
italiano La nostra preoccupazione principale, per i nostri Antenati, nell’« educare » i giovani, era crescere una nuova generazione di anziani — di intellettuali radicati nella terra —, di filosofi, teorici, guaritori e storici che incarnassero l’intelligenza nishnaabe in qualsiasi epoca vivessero, poiché avevano condotto la loro esistenza attraverso quella stessa intelligenza.
Il rifiuto come pratica di rioccupazione
Simpson descrive il colonialismo non solo come una spoliazione materiale, ma come un tentativo di staccare corpi e menti dal loro ancoraggio in un’intelligenza relazionale. Per i Nishnaabeg, la terra non è un oggetto da possedere, ma una rete di relazioni da coltivare. La spoliazione, dunque, non si limita alla perdita di un territorio, ma alla rottura di questi legami, alla distruzione dei modi di pensare e sentire che ne derivano.
Di fronte a questa violenza, il rifiuto non è una postura passiva, ma una pratica attiva di rioccupazione. Simpson osserva come le persone radicate nella terra continuino a vivere secondo questi principi, anche quando le condizioni sono ostili. Rifiutano di sottomettersi alla logica del possesso, cuore del colonialismo, e coltivano invece relazioni di reciprocità e consenso. Questo rifiuto non è una reazione, ma una reinvenzione costante dei modi di stare insieme, di pensare e governare.
La resistenza, per Simpson, non è quindi un ritorno a un passato mitizzato, ma una riattivazione di queste relazioni nel presente. Non si limita a denunciare le ingiustizie, ma propone alternative concrete, radicate in pratiche quotidiane. Queste alternative non sono soluzioni universali, ma risposte situate, adattate alle realtà specifiche delle comunità nishnaabeg.
L’intelligenza come potenza
Per Simpson, l’opposto della spoliazione non è il possesso, ma una forma di attaccamento profondo, consensuale e reciproco. Questa intelligenza relazionale è ciò che permette di resistere all’estrazione coloniale, che cerca di separare corpi, menti ed emozioni dai loro ancoraggi. È al contempo un modo di pensare, sentire e agire, una potenza che si coltiva attraverso la pratica.
Questa intelligenza non è un’astrazione, ma una realtà vissuta. Si manifesta nei gesti quotidiani, nelle relazioni con la terra, nei modi di prendersi cura gli uni degli altri. Non ha bisogno di validazione esterna, poiché trae la sua legittimità dal suo radicamento in pratiche concrete. Per Simpson, è questa intelligenza a costituire la vera potenza dei popoli autoctoni, una potenza che non può essere né rubata né distrutta, perché costantemente reinventata.
La resistenza nishnaabe non è dunque una metafora, ma una realtà tangibile, una pratica quotidiana di rifiuto e reinvenzione. Non si limita a resistere al colonialismo, ma propone un altro modo di stare al mondo, radicato in relazioni di reciprocità e consenso. Per Simpson, è questa pratica a permettere di sopravvivere e prosperare, nonostante i ripetuti tentativi di distruzione.
Fonti citate
- Leanne Betasamosake Simpson, As We Have Always Done, ed. University of Minnesota Press, 2017, trad. texte original anglais ; rendu français maison.