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title: "La rinascita nishnaabeg: rioccupazione cognitiva e territoriale secondo Leanne Betasamosake Simpson"
sousTitre: "Quando la decolonizzazione smette di essere una metafora per ridiventare una pratica viva"
description: "Saggio-ritratto di Leanne Betasamosake Simpson, pensatrice nishnaabeg, la cui opera *As We Have Always Done* propone una decolonizzazione concreta attraverso il riapprendimento dei modi di esistenza ancestrali, dove pensiero, territorio e governance si intrecciano in un movimento di rifiuto radicale dei quadri coloniali. Un’esplorazione della rinascita come pratica collettiva di rioccupazione cognitiva e territoriale."
date: 2026-07-29
lang: it
tradition: nishnaabeg
auteurs: ["Leanne Betasamosake Simpson"]
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# La rinascita nishnaabeg: rioccupazione cognitiva e territoriale secondo Leanne Betasamosake Simpson

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## Il rifiuto come punto di partenza: l’accademia e i suoi inganni

Secondo Leanne Betasamosake Simpson, l’università occidentale funziona come un meccanismo di legittimazione del colonialismo. Osserva che le istituzioni accademiche riconoscono solo i saperi validati dai propri criteri, relegando le intelligenze autoctone a uno statuto di oggetto di studio anziché di sistemi viventi. Questa dinamica mantiene un’asimmetria di potere in cui i saperi nishnaabeg vengono o folklorizzati o strumentalizzati per servire progetti che non appartengono loro. L’autrice sottolinea che gli sforzi per «indigenizzare l’accademia» sono vani finché questa rifiuta di mettere in discussione i propri fondamenti coloniali. Piuttosto che mendicare un posto in un sistema che nega la loro legittimità, i popoli autoctoni devono, a suo avviso, distogliere lo sguardo da questa ricerca di riconoscimento per tornare a concentrarsi sui propri modi di trasmissione.

Questo rifiuto non è una semplice opposizione, ma una strategia generativa. Simpson descrive come alcune iniziative, come il rifiuto degli Iroquois Nationals di partecipare a un torneo di lacrosse alle condizioni imposte dal Regno Unito, incarnino questa logica. Questi atti non si limitano a contestare il colonialismo: affermano una sovranità concreta, creando alternative che emergono dalle norme autoctone anziché dai quadri imposti. Per lei, la rinascita comincia con questo gesto di ritiro, che permette di ricostruire spazi in cui le intelligenze nishnaabeg possano fiorire senza essere diluite o deformate.

  
    As an instructor in many different Indigenous land-based programs, I often have the honor of witnessing our people link the circumstances of their lives—that is, how they experience the personal trauma of colonialism through the child welfare system, the state education system, gender violence, addictions, poverty, the prison system, or mental health issues—to the larger structures and process of settler colonialism.
  
  In quanto insegnante in vari programmi autoctoni radicati sul territorio, ho spesso l’onore di osservare la nostra gente collegare le circostanze della propria esistenza — ovvero il modo in cui vivono il trauma personale del colonialismo attraverso il sistema di protezione dell’infanzia, il sistema educativo statale, la violenza di genere, le dipendenze, la povertà, il sistema carcerario o le questioni di salute mentale — alle strutture e ai processi più ampi del colonialismo di insediamento.

*[Una voce dall'interno]* Leanne Betasamosake Simpson parla qui dalla sua posizione di insegnante e pensatrice nishnaabeg, impegnata in programmi educativi radicati sul territorio. La traduzione italiana proposta è un’interpretazione personale, volta a restituire il senso del passaggio senza tradirne la [complessità](https://viasophia.org/lexique/complexite/). Questa testimonianza mostra come la rinascita passi attraverso la riconnessione delle esperienze individuali ai meccanismi strutturali del colonialismo.

## Il territorio come pedagogia: reimparare a pensare dalla terra

Per Simpson, la terra non è un semplice scenario, ma il fondamento stesso del pensiero nishnaabeg. Descrive una pedagogia in cui il territorio insegna, dove i racconti, le pratiche e le relazioni affondano le radici in un luogo specifico. Questo approccio contrasta radicalmente con i sistemi educativi occidentali, che astrattizzano il sapere dal suo contesto per renderlo «universale». Nei programmi che anima, i partecipanti collegano i loro traumi personali — che derivino dai sistemi coloniali di protezione dell’infanzia, dalla violenza o dall’incarcerazione — alle dinamiche più ampie del colonialismo. Questi momenti di presa di coscienza, quando sono ancorati a pratiche nishnaabeg, diventano fonti di teoria e di azione.

La rinascita, secondo lei, non si limita alle riserve o alle zone rurali. Le città, benché spesso percepite come spazi disconnessi dal territorio, sono anch’esse luoghi di resistenza e reinvenzione. Simpson insiste sul fatto che la maggior parte degli autoctoni si muove tra questi spazi, trovando modi per mantenere il legame con la terra e i propri racconti, anche in ambienti urbani o degradati. La chiave sta nel passaggio da una logica di consumo capitalista a una logica di produzione culturale, in cui ogni individuo diventa attore della rigenerazione dei saperi e delle pratiche autoctone.

## La governance come pratica collettiva: oltre il riconoscimento

Simpson respinge l’idea che la decolonizzazione possa passare attraverso una migliore integrazione degli autoctoni nelle strutture coloniali. Per lei, la «politica del riconoscimento» — questa richiesta di inclusione nelle istituzioni esistenti — non fa che rafforzare il potere coloniale, legittimandone i quadri. Al suo posto, propone una governance fondata sulle norme nishnaabeg, in cui le decisioni emergono dalle relazioni tra le persone, la terra e le generazioni passate e future. Questo approccio non si limita a criticare il colonialismo: costruisce alternative concrete, come i passaporti mohawk o le dichiarazioni di sovranità negata.

La rinascita, in questa prospettiva, è un movimento al contempo locale e globale. Locale, perché si radica in pratiche specifiche di ogni nazione, come il *[Nishnaabewin](https://viasophia.org/lexique/nishnaabewin/)* per i Nishnaabeg. Globale, perché si inserisce in una rete di lotte autoctone che condividono principi comuni, come la priorità data alle relazioni piuttosto che alle strutture gerarchiche. Simpson sottolinea che queste pratiche non mirano a riformare il sistema coloniale, ma a renderlo obsoleto creando mondi in cui le norme autoctone diventano il riferimento.

## L’arte come laboratorio della rinascita

L’arte occupa un posto centrale nel pensiero di Simpson. La concepisce come uno spazio in cui gli atti di resistenza individuali si trasformano in movimenti collettivi. Gli artisti autoctoni, secondo lei, non si limitano a criticare il colonialismo: inventano linguaggi, racconti e forme che incarnano alternative. Queste creazioni non sono semplici «punti di rottura», ma costellazioni che collegano le lotte, i saperi e le emozioni in una pratica di «rifiuto affermativo». L’arte diventa così uno strumento di rioccupazione cognitiva, dove la bellezza e la gioia sono forze politiche.

Simpson cita come esempio opere che, al pari di dissertazioni o performance, codificano l’intelligenza autoctona in teoria e processo. Queste pratiche artistiche si basano su una «normatività radicata», ovvero valori e modi di essere che emergono dal territorio e dalle relazioni piuttosto che dalle leggi coloniali. Per lei, l’arte non è un complemento alla rinascita, ma il suo cuore stesso, perché permette di materializzare mondi in cui il colonialismo non ha più presa.

## Educare alla libertà: formare generazioni di pensatori-territorio

L’educazione, nella visione di Simpson, non prepara i bambini a riuscire in un sistema capitalista, ma a diventare cittadini brillanti, amorevoli e interdipendenti, capaci di vivere secondo i valori nishnaabeg. Descrive un sistema in cui i bambini sono incoraggiati a porre la gioia al centro della propria esistenza, piuttosto che conformarsi a aspettative esterne. Questo approccio mira a creare società in cui lo sfruttamento è impensabile, perché le relazioni si fondano sul rispetto e la reciprocità.

Per Simpson, la sopravvivenza dei Nishnaabeg in un mondo capitalista passa attraverso la formazione di generazioni capaci di pensare e agire al di fuori delle sue logiche. Ciò implica la creazione di spazi educativi che riproducano le intelligenze autoctone anziché adattarle alle norme occidentali. Questi spazi, formali o informali che siano, devono essere radicati nel territorio e centrati sui bisogni delle comunità. Il loro obiettivo non è produrre diplomati, ma anziani in divenire — pensatori, guaritori e storici che incarnino i saperi nishnaabeg nella loro epoca.

## Conclusione: la rinascita come presente in divenire

Leanne Betasamosake Simpson propone una decolonizzazione che non si accontenta di parole, ma si incarna in pratiche quotidiane. Per lei, la rinascita è un movimento di rioccupazione cognitiva e territoriale, in cui ogni gesto — che si tratti di insegnare, creare o governare — contribuisce a far emergere un presente autoctono. Questo presente non è una nostalgia del passato, ma una reinvenzione costante, in cui i saperi ancestrali dialogano con le sfide contemporanee.

La sua opera ricorda che la decolonizzazione non è una metafora, ma una responsabilità collettiva. Invita a rifiutare i quadri coloniali per ricostruire mondi in cui le intelligenze autoctone possano finalmente respirare. In questa visione, la terra non è un oggetto da possedere, ma un partner con cui pensare, amare e lottare. Ed è forse qui che risiede la forza maggiore del suo pensiero: nella convinzione che la libertà autoctona non si negozia, ma si vive, qui e ora.

## Fonti

- Leanne Betasamosake Simpson, *As We Have Always Done* — University of Minnesota Press, 2017, trad. texte original anglais ; rendu français maison


Fonte canonica : https://viasophia.org/it/reenchanter/2026-07-29-resurgence-nishnaabeg-reoccupation-cognitive-territoriale/
