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title: "Il tempo che vive"
sousTitre: "Per lo scrittore aymara Fernando Huanacuni Mamani, una sola parola — pacha — dice il tempo e lo spazio. Ma pacha non è un contenitore vuoto in cui si è collocati: è un tutto vivente in cui si partecipa."
description: "Pacha, parola aymara portata da Fernando Huanacuni Mamani (CAOI): i linguisti la traducono con «tempo e spazio», ma va oltre — non due misure vuote in cui si è posti, ma la capacità di partecipare attivamente al multiverso, di immergervisi e di esservi."
date: 2026-07-03
lang: it
tradition: aymara
auteurs: ["Fernando Huanacuni Mamani"]
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# Il tempo che vive

Diciamo che il tempo *passa*, e che le cose sono *nello* spazio. Due parole per due misure vuote: un flusso che scorre e ci trascina, una scatola in cui si è deposti. Il primo si legge sull’orologio, il secondo si misura con il righello; né l’uno né l’altro attendono nulla da noi, se non di essere contati. Sulle alte terre andine, una sola parola tiene insieme i due — e rifiuta, precisamente, di essere un contenitore.

Il giurista e scrittore aymara Fernando Huanacuni Mamani, che ha raccolto il pensiero andino del *vivir bien* per un’organizzazione indigena, la CAOI, si sofferma su questa parola, *pacha*, che i traduttori rendono d’un sol tratto — «tempo e spazio». Egli avverte che il tratto è troppo breve.

  
    Según la traducción de los lingüistas, hace referencia sólo a tiempo y espacio, pero para el ser Andino esta palabra va más allá del tiempo y del espacio, implica una forma de vida, una forma de entender el universo que supera el tiempo-espacio (el aquí y el ahora). Pacha no sólo es tiempo y espacio, es la capacidad de participar activamente en el multiverso, sumergirse y estar en él.
  
  Secondo la traduzione dei linguisti, la parola rimanda soltanto al tempo e allo spazio; ma per l’essere andino questa parola va oltre il tempo e lo spazio, implica una forma di vita, un modo di comprendere l’universo che supera il tempo-spazio (l’qui e l’ora). *Pacha* non è solo tempo e spazio: è la capacità di partecipare attivamente al multiverso, di immergervisi e di esservi.

I linguisti non hanno torto; hanno troppo poco. *Pacha* nomina sì il tempo e lo spazio — ma *no sólo*, non solo. La parola che segue rovescia tutto il senso: *capacidad*, una capacità. Non un quadro, ma un potere; non ciò in cui ci si trova, ma ciò che si fa. Il nostro tempo e il nostro spazio sono cose in cui siamo posti, passivi, qualunque cosa vi facciamo; *pacha* è qualcosa in cui si entra. Non lo si attraversa come si attraversa una stanza: ci si *immerge* (*sumergirse*) e ci si *sta* (*estar en él*). La parola non descrive una scena su cui la vita avrebbe luogo; nomina l’appartenenza attiva della vita al tutto.

*[pacha]* Scomposizione data dall’autore: *PA*, da *paya* («due»); *CHA*, da *chama* («forza»). *Pacha*, «l’unione delle due forze» — la cosmica, proveniente dal cielo, e la tellurica, dalla terra —, il cui incontro è ciò che chiamiamo vita: totalità del visibile (*Pachamama*) e dell’invisibile (*Pachakama*).

L’etimologia che ne dà rifiuta già il contenitore. *Pacha* non è un quadro neutro che preesiste a ciò che lo riempie: è l’unione di due forze il cui urto *è* la vita. Il tempo-spazio andino non è dunque la condizione vuota e preliminare degli esseri; è la trama stessa in cui il visibile e l’invisibile stanno insieme. Non c’è un *pacha* prima, e degli esseri poi: gli esseri e il loro tempo-spazio vengono al mondo con lo stesso gesto. La parola non situa la vita — ne è il tessuto.

È qui che occorre separare prima di voler accostare. Il nostro tempo e il nostro spazio moderni sono stati conquistati svuotandoli: è stato necessario, per la misura esatta, un tempo che scorra uniformemente senza rapporto con nulla, e uno spazio altrettanto indifferente a ciò che ospita — due contenitori tanto più giusti quanto più non partecipano di nulla. *Pacha* segue la direzione opposta. Non guadagna realtà quanto più lo si svuota, ma quanto più lo si abita; la sua giustezza non è quella della misura, ma della partecipazione — è vero nella misura esatta in cui vi si è. Due idee del tempo e dello spazio, non due versioni della stessa: l’una si verifica ritirandosi dal vivente, l’altra si regge entrando in esso.

*[Una voce dall’interno]* *Pacha* è un prestito attestato nell’aymara, lingua andina viva condivisa con il quechua; «il tempo che vive» è la nostra resa italiana, così come «tiempo y espacio» è, per ammissione dell’autore, una resa spagnola troppo breve. La sintesi è portata da una voce autoctona nominata — Fernando Huanacuni Mamani — ripresa da un’organizzazione indigena andina responsabile, la CAOI: «secondo Huanacuni», mai «gli Aymara dicono». La parola si inserisce in questo lessico accanto al [suma qamaña](https://viasophia.org/lexique/suma-qamana/) e all’[ayllu](https://viasophia.org/lexique/ayllu/), altre tessere dello stesso pensiero del vivente.

Riprendere la parola basta a spostare lo sguardo. Finché il tempo «passa» e lo spazio «contiene», restiamo ai margini — spettatori di un paesaggio che si svolge senza di noi, contabili di un corso che ci sfugge. *[Pacha](https://viasophia.org/lexique/pacha/)* non si svolge davanti: vi si partecipa. Non chiede di essere occupato, ma di entrarvi.

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## Fonti

- Fernando Huanacuni Mamani, *Buen Vivir / Vivir Bien. Filosofía, políticas, estrategias y experiencias regionales andinas* — Coordinadora Andina de Organizaciones Indígenas (CAOI), Lima, 2010, trad. texte original espagnol ; rendu français maison


Fonte canonica : https://viasophia.org/it/reenchanter/2026-07-03-le-temps-qui-vit/
