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title: "Una parola ha il suo potere"
sousTitre: "Per lo scrittore kiowa N. Scott Momaday, una parola non è un'etichetta apposta alle cose: è una forza che le fa esistere, e che allontana il disordine. Al punto che un nome, alla morte, abbandona il mondo insieme a chi lo portava."
description: "N. Scott Momaday, scrittore kiowa: nella tradizione orale, la parola non è un segno ma una potenza — dà origine, allontana il male, e il nome dei morti se ne va dal mondo."
date: 2026-06-27
lang: it
tradition: kiowa
auteurs: ["N. Scott Momaday"]
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# Una parola ha il suo potere

Due gemelli cadono nella bocca di una caverna dove vive un gigante. L’orco ha ucciso molte persone accendendo fuochi e riempiendo la grotta di fumo, fino a soffocarle. Ma la nonna-ragno ha dato ai bambini un’indicazione: se mai vi trovaste intrappolati nella caverna, ditevi la parola *thain-mom*, « sopra i miei occhi ». Quando il gigante appicca il fuoco, i gemelli ripetono *thain-mom* ancora e ancora — e il fumo resta sopra i loro occhi. Tre grandi nuvole si alzano; i bambini non tossiscono, non piangono. La moglie del gigante si spaventa e li lascia andare. È N. Scott Momaday, scrittore kiowa, a raccontare questa storia del suo popolo in *The Way to Rainy Mountain*. Una parola, solo detta, e la morte si tiene a distanza. Segue poi, nella stessa pagina, un commento che potrebbe essere la chiave di tutto il libro.

  
    A word has power in and of itself. It comes from nothing into sound and meaning; it gives origin to all things. By means of words can a man deal with the world on equal terms. And the word is sacred.
  
  Una parola ha il suo potere in sé. Viene dal nulla al suono e al senso; dà origine a tutte le cose. Attraverso le parole, un uomo può trattare con il mondo da pari a pari. E la parola è sacra.

Tutto sta nel primo verbo. Una parola non *indica*: *può*. Dove noi consideriamo la parola un’etichetta appiccicata dopo a una cosa già esistente — un suono comodo, e in fondo sostituibile —, Momaday la intende come una forza che precede la cosa e la fa sorgere: *it gives origin to all things*, dà origine a tutte le cose. La parola non viene dalla cosa; viene « dal nulla », ed è lei ad aprire il suono e il senso. Da qui l’ultima affermazione, che non è un ornamento pio: se la parola fa essere, allora è sacra, nel senso preciso che non la si maneggia con leggerezza.

*[Una voce dall'interno]* N. Scott Momaday (1934–2024), kiowa, primo scrittore nativo americano a ricevere il premio Pulitzer (1969). *The Way to Rainy Mountain* è scritto in inglese, la sua lingua di scrittura: un Kiowa racconta il proprio popolo, senza mediazione esterna. Quando dice « i Kiowa », è un membro che parla dei suoi, non uno sguardo dall’esterno. La traduzione italiana qui proposta è un adattamento originale, segnalato come tale.

Di questo potere, il nome è la parte più carica. Un nome, per Momaday, non è un semplice indirizzo, un identificativo che si registra e sopravvive al suo portatore negli archivi.

  
    A man's name is his own; he can keep it or give it away as he likes. Until recent times, the Kiowas would not speak the name of a dead man. To do so would have been disrespectful and dishonest. The dead take their names with them out of the world.
  
  Il nome di un uomo è suo; può tenerlo o darlo come crede. Fino a tempi recenti, i Kiowa non pronunciavano il nome di un morto. L’averlo fatto sarebbe stato irrispettoso e sleale. I morti portano il loro nome fuori dal mondo.

Se il nome fosse un’etichetta, resterebbe dopo la morte, disponibile, riutilizzabile, inciso sulla pietra. Ma se ha il suo potere in sé, è legato a una vita come un soffio a un petto: si spegne con essa, e pronunciarlo ancora significherebbe trarre dal nulla ciò che vi è tornato. *The dead take their names with them out of the world* — i morti portano il loro nome fuori dal mondo. La riservatezza che ne consegue non è una superstizione: è la diretta conseguenza di un’idea del linguaggio in cui nominare significa tenere presente.

E lo stesso potere può servire a respingere. La nonna di Momaday, Aho, aveva una parola per questo. Davanti a ciò che era male — visto, udito, o solo pensato —, diceva *zei-dl-bei*, « tremendo ». Una sola parola, sempre la stessa, che opponeva al male e all’incomprensibile. Momaday si guarda bene dall’intenderla come una bestemmia: *it was not an exclamation so much, I think, as it was a warding off, an exertion of language upon ignorance and disorder* — non era tanto un’esclamazione, credo, quanto un allontanamento, un esercizio del linguaggio sull’ignoranza e sul disordine. La parola non esprime la paura della vecchia: la scaccia. Come *thain-mom* teneva il fumo sopra gli occhi dei gemelli, *zei-dl-bei* tiene il caos a distanza. La parola, qui, è un gesto — la si tende come una mano.

*[zei-dl-bei]* La parola che [allontana](https://viasophia.org/lexique/zei-dl-bei/) piuttosto che descrivere. ≠ l’imprecazione, che scarica un affetto; ≠ la formula magica, ricetta di efficacia. *Zei-dl-bei* è un gesto di tenuta: una sillaba opposta al disordine, sulle labbra di una donna che aveva visto morire un mondo.

Bisogna distinguere prima di accostare. Noi parliamo molto, e di solito consideriamo la parola un segno: un gettone convenzionale, arbitrario, che indica una cosa senza toccarla, e che la scrittura stacca da ogni bocca per conservarlo indefinitamente. La sua forza sta proprio nell’essere staccabile, archiviabile, ripetibile senza danno. La parola di Momaday è l’opposto in tutto: è potente solo se legata — a un soffio, a una vita, a un istante —, ed è per questo che è effimera, che un nome può lasciare il mondo, che non la si pronuncia in qualsiasi modo. La nostra dura perché non si attacca a nulla; la sua agisce perché si attacca a tutto. Sarebbe un errore confondere le due in un vago elogio della « magia delle parole ».

Ma una volta posta la differenza, resta un punto stretto, che conosciamo senza confessarlo. Anche a noi rimangono alcune parole che fanno invece di dire: il giuramento che impegna, la benedizione, il nome che si dà a un bambino, la parola che si cerca al capezzale di un morente. Quelle, non le maneggiamo con leggerezza — prova che una parte di noi tiene ancora la parola per sacra, senza più saperlo nominare. Momaday, lui, lo sa, ed è per questo che lo scrive prima che la lingua che lo portava si spenga: la stessa parola che [custodisce la terra ricordata](https://viasophia.org/lexique/remembered-earth/) è quella che difende dal disordine.

Resta la domanda che sua nonna risolveva con una parola. Di fronte a ciò che ci supera, abbiamo ancora una parola che allontana — o solo parole che descrivono?

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**À lire aussi**

- [La terre remémorée](https://viasophia.org/reenchanter/2026-06-10-remembered-earth/)
- [Nul vivant n'est une chose](https://viasophia.org/reenchanter/2026-06-24-nul-vivant-n-est-une-chose/)
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## Fonti

- N. Scott Momaday, *The Way to Rainy Mountain* — University of New Mexico Press, 1969 (éd. de poche 1976), trad. texte original anglais ; rendu français maison


Fonte canonica : https://viasophia.org/it/reenchanter/2026-06-27-un-mot-a-sa-puissance/
