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title: "Nessun vivente è una cosa"
sousTitre: "Due popoli si rifiutano di chiamare il mondo vivente « quello ». Uno attraverso la sua grammatica — Robin Wall Kimmerer, potawatomi. L'altro attraverso la sua genealogia — Hirini Moko Mead, māori. Lo stesso rifiuto, per due vie che non si assomigliano."
description: "Kimmerer (potawatomi) e Mead (māori) impediscono entrambi di dire « quello » del vivente — l'una attraverso la grammatica, l'altro attraverso il whakapapa. Differenze prima della soglia comune."
date: 2026-06-24
lang: it
tradition: potawatomi
auteurs: ["Robin Wall Kimmerer", "Hirini Moko Mead"]
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# Nessun vivente è una cosa

Basta una parola per trasformare un essere in cosa. Si dice *quello* di un albero, di un fiume, di una volpe — e d’un tratto, ciò di cui si parla smette di avere un dentro. Il pronome è così piccolo che non lo si sente cadere. Ma taglia: da una parte quelli di cui si dice *lui* o *lei*, che non si potrebbero ridurre senza offesa; dall’altra ciò che si indica con un *quello* senza pensarci, e che diventa subito manipolabile, classificabile, sfruttabile. La lingua fa la divisione prima del pensiero.

Due persone, ciascuna nella propria tradizione, si sono imbattute in questa piccola parola e hanno rifiutato di lasciarla agire. Robin Wall Kimmerer, botanica e cittadina della nazione potawatomi, l’ha incontrata nella grammatica dell’inglese che parla e della lingua ancestrale che sta reimparando. Hirini Moko Mead, anziano e professore dei Ngāti Awa, la tiene a distanza per una via del tutto diversa: non la grammatica, ma la genealogia. Non dicono la stessa cosa, e soprattutto non ci arrivano allo stesso modo. È questa distanza che bisogna tenere per prima, prima di cercare ciò che condividono.

## La grammatica che non sa dire « quello »

Kimmerer racconta la sua pena di adulta nel reimparare il potawatomi, lingua che i collegi avevano quasi cancellato. Ciò che la scoraggia all’inizio è che tutto, lì, è verbo.

> Solo il 30% delle parole inglesi sono verbi. Il potawatomi, invece, privilegia l’azione; è una lingua di verbi, e la loro proporzione raggiunge il 70%.
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> — **Robin Wall Kimmerer**, *Tresser les herbes sacrées*, ch. « Apprendre la grammaire du vivant ». éd. da traduzione francese di Véronique Minder, Le lotus et l'éléphant, 2021.

Una lingua in cui la bacca, la collina, la spiaggia sono verbi. Sfogliando il dizionario, si ferma incredula su *wiikwegamaa*: « essere-in-stato-di-baia ». Una baia non è una cosa posta lì, è qualcosa che l’acqua *fa* — essere-baia, per il tempo di una riva. La sua prima reazione è l’irritazione: a che pro complicare? Poi capisce di aver tenuto, senza vederlo, il cuore di un altro modo di abitare il mondo.

Perché questi verbi si coniugano secondo una linea di divisione che non è la nostra. Là dove le lingue europee classificano i nomi in maschile e femminile, il potawatomi separa l’animato dall’inanimato — e colloca tra gli animati quasi tutto ciò che vive, e molte cose che crediamo inerti. Di una mela non si chiede « che cos’è? », ma « chi è? ».

*[yawe]* *Yawe*: in Kimmerer, il verbo **essere** riservato all’animato. Di un tavolo si dice *Dopwen yewe*, « quello è un tavolo »; ma di una mela, *Mshimin yawe* — « Mela, quella, *è* ». « Per parlare degli esseri dotati di vita e spirito, diciamo *yawe*. »

Il difetto, allora, non è più nella lingua indigena, ma nella nostra. È l’inglese — e il francese con esso — a imporre una scelta impoverente.

> La grammatica inglese ci costringe a questa scelta riduttiva: ciò che è non umano è una cosa, *quello*, e ciò che è umano deve essere declinato al genere, in modo altrettanto riduttivo — *lui* o *lei*. Dove sono le nostre parole per esprimere la semplice esistenza di un altro essere vivente? Dove è il nostro *yawe*?
>
> — **Robin Wall Kimmerer**, *Tresser les herbes sacrées*, ch. « Apprendre la grammaire du vivant ». éd. da traduzione francese di Véronique Minder, Le lotus et l'éléphant, 2021.

Ecco ciò che Kimmerer chiama, con una formula sua e non un termine potawatomi, *la grammatica dell’animato*. Non è una cortesia che si concede, né una figura retorica: è un vincolo del verbo. In questa lingua, non si può aprire bocca su un essere vivente senza trattarlo grammaticalmente come un soggetto. Il rispetto non viene aggiunto dopo; è già nella coniugazione. Al contrario, dire *quello* di un salmone o di un acero significa, secondo lei, privarlo di ciò che lo rende qualcuno — *qualcuno, non qualcosa*. La lingua, qui, monta la guardia all’ingresso della reificazione.

E la posta in gioco, per Kimmerer, non è solo il riguardo. Il *quello* non si limita a mancare di rispetto: apre la porta. Una volta che l’essere è diventato cosa, nulla trattiene più la mano.

> Quando diciamo che l’albero non è qualcuno, ma qualcosa, trasformiamo quell’acero in un oggetto; erigiamo una barriera tra noi e l’albero, assolvendoci così da ogni responsabilità morale nei suoi confronti e autorizzando al contempo il suo sfruttamento.
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> — **Robin Wall Kimmerer**, *Tresser les herbes sacrées*, ch. « Apprendre la grammaire du vivant ». éd. da traduzione francese di Véronique Minder, Le lotus et l'éléphant, 2021.

Dal pronome allo sfruttamento, il passo è breve: « dire *qualcosa* di una terra vivente significa trasformarla in *risorse naturali* ». La reificazione non è una mancanza di gusto, è il primo gesto di un dominio — e la grammatica dell’animato lo recide alla radice, nella parola.

## La genealogia che vieta di essere soli

Hirini Moko Mead non affronta il vivente attraverso la grammatica. Lo affronta attraverso la parentela — e attraverso una parola che, in māori, dice al contempo la genealogia e il posto che si occupa nel mondo: *whakapapa*. Spesso la si traduce con « albero genealogico », e lo è; ma la sua funzione primaria non è classificare antenati, bensì situare un vivente tra i viventi.

  
    In short, whakapapa is belonging. Without it an individual is outside looking in.
  
  In sintesi, il whakapapa è appartenenza. Senza di esso, l’individuo resta fuori, a guardare dentro.

Tutto sta in quel *fuori*. Senza whakapapa, non si è una persona priva di documenti: si è senza posto. Recitare la propria discendenza significa collegarsi a un *hapū*, a una tribù, a una terra dove posare i piedi — ciò che i Māori chiamano *tūrangawaewae*, il luogo da cui si ha il diritto di stare in piedi. Ma questa discesa, seguita fino alla sua fonte, non si ferma agli avi umani: risale, scrive Mead, fino agli dèi, e attraverso di loro fino a Rangi e Papa, il Cielo e la Terra, i genitori primi del cosmo. Il primo antenato non è un uomo. Se la Terra è la nonna da cui discendiamo, non può essere una cosa: è della famiglia.

*[whakapapa, tūrangawaewae]* *Whakapapa* (« fa-ka-PA-pa »): la genealogia che collega una persona alla sua parentela e, di passo in passo, alle forze del mondo. *Tūrangawaewae*: letteralmente « luogo per i piedi in piedi » — la terra in cui il whakapapa ti dà il diritto di stare.

Ma — ed è qui che Mead si discosta decisamente da Kimmerer — questo legame non è inscritto in ogni frase che si pronuncia. Bisogna *saperlo*. Il whakapapa è una conoscenza che si eredita, si impara, si recita; un oratore stimato è colui che ne ha una conoscenza sicura. Si può non averlo. Si può averlo dimenticato, o non averlo mai ricevuto — e allora, appunto, si resta *fuori, a guardare dentro*. La parentela con il mondo non è garantita dalla lingua che si parla: è portata da una memoria che bisogna tenere viva.

## Due vie che non si sovrappongono

Sarebbe facile, e falso, riunire questi due pensieri sotto una formula comoda — « i popoli nativi, loro, sanno che la natura è viva ». La formula cancella proprio ciò che conta: Kimmerer e Mead non impediscono la reificazione nello stesso punto, né con lo stesso mezzo.

Per Kimmerer, il rifiuto è nella **grammatica**. Opera frase dopo frase, che lo si voglia o no. Un bambino che impara il potawatomi coniuga l’animato senza pensarci, come un bambino italiano accorda il femminile: la lingua gli impone di trattare la bacca come soggetto prima ancora che abbia un’idea sulla natura. È involontario, meccanico, ed è proprio questa la sua forza — non si può sfuggirvi parlando.

Per Mead, il rifiuto è nella **genealogia**. Non opera nel verbo, ma in un racconto che bisogna conoscere e saper svolgere. Nulla, nella grammatica māori, obbliga a trattare un fiume come una nonna; è il whakapapa, sapere appreso, a stabilirlo. L’uno parla a dispetto di sé; l’altro si trasmette e può perdersi.

*[distinguer]* **Da non confondere.** Una grammatica (Kimmerer) si impone a ogni enunciato senza che lo si decida. Una genealogia (Mead) si sa, si recita, si trasmette — e può mancare. *La grammatica dell’animato* è la formula di Kimmerer; *yawe* e *wiikwegamaa* sono parole potawatomi attestate; *whakapapa* è una parola māori attestata. Tre cose distinte, che nessun « animismo » generico deve fondere.

Da qui due regimi diversi. La grammatica dell’animato governa *come si parla* del vivente: pesa sul linguaggio, non innanzitutto sulla posizione di chi parla. Il whakapapa governa *dove ci si colloca* tra i viventi: situa, dà o nega un posto, un diritto, una terra. L’uno è un modo di dire; l’altro, un modo di appartenere. Si può immaginare un Potawatomi che parla correttamente senza saper recitare la sua linea, e un Māori che conosce la sua in una lingua la cui grammatica non distingue più l’animato dall’inanimato. Le due barriere non si ergono sulla stessa soglia.

## La soglia che condividono

Queste due vie, che partono da punti opposti, finiscono per urtare contro la stessa porta. E solo dopo aver mantenuto la distanza, si può nominare ciò che le unisce — senza diluirlo.

Prima di tutto, né per l’una né per l’altro il rifiuto del *quello* è una metafora o una delicatezza. È una **struttura**. Una struttura della lingua in Kimmerer, una struttura della parentela in Mead — ma in entrambi i casi qualcosa di più duro di un sentimento: un ordine che tiene al suo posto, che si eredita e che obbliga. Non si decide, un mattino, di rispettare la bacca o il fiume. La grammatica l’ha già deciso; oppure la genealogia.

Poi — ed è il punto più tagliente — entrambi **rovesciano il senso del gesto**. La nostra cultura, quando vuole fare bene, *concede* una dignità al vivente: gli riconosce un valore, gli accorda riguardi, talvolta gli conferisce diritti. Questo gesto, per quanto generoso, presuppone che si sia al di sopra, alla fonte: chi dà lo status lo deteneva prima, e potrebbe riprenderselo. Kimmerer e Mead smantellano questa posizione di superiorità. Il *yawe* c’è prima che se ne discuta: la mela *è* un essere, non glielo si conferisce. E si discende dalla Terra — non la si adotta nel cerchio della famiglia per bontà d’animo. In entrambi i pensieri, l’essere umano non assegna la parentela al mondo: la scopre, e scopre al contempo di non essere mai stato fuori. Non è una promozione che si accorda al vivente; è un’illusione che si perde su se stessi — quella di essere mai stati l’unico soggetto in mezzo alle cose.

È qui che la differenza tra le due vie smette di essere un difetto del loro accostamento per diventarne la ricchezza. Se si vuole uscire dalla lingua che reifica, Kimmerer mostra che si può farlo attraverso il verbo — reimparare a dire *chi*, e non *che cosa*. Mead mostra che si può farlo attraverso la memoria — reimparare da dove si discende, fino a non poter più trattare come cosa ciò da cui si proviene. La grammatica e la genealogia non sono due nomi della stessa operazione: sono due porte, aperte da due lati, sulla stessa stanza.

Resta ciò che ciascuna deposita nella nostra lingua, dove queste parole ci mancano.
[*Whakapapa*](https://viasophia.org/lexique/whakapapa/): la discendenza che fa del Cielo e della Terra i nostri più antichi parenti. [*La grammatica dell’animato*](https://viasophia.org/lexique/grammaire-animeite/): la parte di una lingua che obbliga a parlare del vivente come di un soggetto. Ci si può chiedere quale delle due barriere sia la più solida — quella che si parla senza volerlo, o quella che bisogna imparare per non perderla. La domanda resta aperta. Ma l’una e l’altra dicono, da due sponde, una cosa che la nostra piccola parola *quello* ci fa dimenticare a ogni frase: nessun vivente è una cosa, e non spetta a noi deciderlo.

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**À lire aussi**

- [De qui descend le monde](https://viasophia.org/reenchanter/2026-06-24-de-qui-descend-le-monde/)
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## Fonti

- Robin Wall Kimmerer, *Tresser les herbes sacrées* — Le lotus et l'éléphant, 2021, trad. Véronique Minder
- Hirini Moko Mead, *Tikanga Māori: Living by Māori Values* — Huia Publishers, 2003, trad. rendu français maison (œuvre en anglais, courtes citations attribuées)


Fonte canonica : https://viasophia.org/it/reenchanter/2026-06-24-nul-vivant-n-est-une-chose/
