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title: "Urihi"
sousTitre: "Quello che i Bianchi chiamano « natura », dice Davi Kopenawa, la sua lingua lo chiama *urihi a* — la terra-foresta, viva, abitata, e che non si può tagliare senza morire con essa."
description: "Urihi*, parola yanomami: la terra-foresta vivente di cui parla Davi Kopenawa ne *La caduta del cielo* — né « natura » posta davanti a noi, né « ambiente » residuo attorno a noi."
date: 2026-06-10
lang: it
tradition: yanomami
auteurs: ["Davi Kopenawa"]
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# Urihi

Il libro si apre con un avvertimento. Prima del racconto, persino prima dell’introduzione, una parola si staglia da sola in esergo: *« La foresta è viva. Può morire solo se i Bianchi insistono a distruggerla. »* Chi parla è Davi Kopenawa, sciamano e portavoce yanomami del nord dell’Amazzonia. *La caduta del cielo* non è un libro scritto: sono parole, pronunciate in yanomami nel corso di oltre vent’anni, che l’antropologo Bruce Albert — suo amico e alleato di lunga data — ha raccolto, tradotto e ordinato in francese. E quando queste parole giungono a ciò che noi chiamiamo « natura », fanno una cosa rara: ci porgono una parola più grande della nostra.

> Quello che loro chiamano « natura », nella nostra lingua antichissima è *urihi a*, la terra-foresta, ma anche la sua immagine, visibile solo agli sciamani, che noi chiamiamo *Urihinari*, lo spirito della foresta. È grazie a lei che gli alberi sono vivi.
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> — **Davi Kopenawa**, *La Chute du ciel*, livre XXIII, « L'esprit de la forêt ». éd. secondo la traduzione francese di Bruce Albert, Plon, coll. Terre humaine, 2010"
  maison
  langSource="yanomami.

Il francese ha bisogno di due nomi cuciti da un trattino — *terra-foresta* — per avvicinarsi a ciò che lo yanomami dice con una parola sola. *Urihi* non è la foresta posata sulla terra come una vegetazione su un supporto: è la terra e la foresta indivise, il suolo, gli alberi, la selvaggina, i fiumi e chi li abita, e ancora la loro immagine vivente, che solo gli sciamani vedono. Là dove « la natura » designa per noi, quasi per definizione, ciò che non è umano — ciò che comincia dove l’uomo finisce —, *urihi* include i suoi abitanti. I Yanomami, nella voce di Kopenawa, non sono davanti a essa: sono dentro, abitanti tra gli abitanti.

*[Une voix, une médiation signalée]* *La caduta del cielo* è firmato a quattro mani. La voce è quella di Davi Kopenawa, dall’interno; la mano è quella di Bruce Albert, antropologo legato a lui dalla fine degli anni Settanta, che ha registrato, tradotto e composto queste parole. Il francese che leggiamo è il suo — la catena è dichiarata, mai nascosta.

Viva, la foresta lo è di una vita che non si vede al primo sguardo, e Kopenawa sa esattamente come la guardiamo. Di chi non sa conoscerla, dice: *« Si dicono che sia cresciuta da sola e che ricopra il suolo senza motivo. Pensano forse che sia morta. Ma non è vero. »* Se appare silenziosa e immutabile, è perché è difesa — gli spiriti *xapiri* respingono lontano da lei il vento della tempesta e gli esseri del caos. Poi rovescia la prova, con la semplicità di chi mostra ciò che dice: *« La foresta è viva, è da lì che viene la sua bellezza. Non appare forse sempre nuova e umida? »* L’umidità di un sottobosco come segno di vita — non metafora, constatazione.

E la parola si allarga a poco a poco. Quando Kopenawa racconta come ha deciso di parlare al di fuori, dice di aver voluto difendere tutta la foresta, *« compresa quella che gli esseri umani non abitano e persino, molto lontano oltre noi, la terra dei Bianchi. Tutto questo è, nella nostra lingua, *urihi a pree* — la grande terra-foresta. È, credo, ciò che i Bianchi chiamano il mondo intero. »* Bisogna soppesare cosa significa: la parola che la sua lingua riserva al mondo intero è ancora una parola di foresta. Le nostre città, i nostri campi, le nostre lingue vi trovano posto — in una terra-foresta ingrandita, non in un globo astratto.

È da questa altezza che Kopenawa passa al vaglio le nostre stesse parole, e il suo verdetto merita di essere ascoltato parola per parola. *« La natura »* passa ancora — la parola è troppo stretta, ma mira a qualcosa di intero. *« Ambiente naturale »*, invece, lo rifiuta:

> Per noi, quello che i Bianchi chiamano così è ciò che resta della terra e della foresta ferite dalle loro macchine. È ciò che rimane di tutto ciò che hanno distrutto finora. Non mi piace questa parola di « ambiente ». La terra non deve essere tagliata a metà. Noi siamo abitanti della foresta e se la si divide così, sappiamo che moriremo con essa. Preferisco che i Bianchi parlino di « natura » o di « ecologia » intera. Se si difende la foresta nella sua interezza, resterà viva.
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> — **Davi Kopenawa**, *La Chute du ciel*, livre XXIII, « L'esprit de la forêt ». éd. secondo la traduzione francese di Bruce Albert, Plon, coll. Terre humaine, 2010"
  maison
  langSource="yanomami.

Tutto sta in questo rovesciamento. Il nostro *« ambiente »* è ciò che circonda: un intorno, di cui noi occupiamo il centro. Visto da [*urihi*](https://viasophia.org/lexique/urihi/), questa parola rivela ciò che descrive — un resto. Ciò che permane della terra-foresta una volta che la si è intaccata, le porzioni che si « proteggono » perché il resto è già perduto. Kopenawa sente in *« ambiente »* il gesto di tagliare a metà, e la sua obiezione non è un gioco di parole: è un’altra topologia. *Urihi* non si taglia, perché non si taglia ciò di cui si fa parte senza tagliare se stessi.

Bisogna dunque tagliare prima di avvicinare. *Urihi* non è *« la natura »*: la natura è un fuori che si guarda, si gestisce, si preleva — un oggetto davanti a un soggetto. *Urihi* non è nemmeno *« l’ambiente »*: l’ambiente è un residuo che si risparmia attorno a sé. *Urihi* è un tutto vivo e abitato, di cui gli umani sono abitanti tra gli altri, e che sopravvive solo intero. Il punto d’incontro esiste, ma è stretto, ed è Kopenawa stesso a indicarlo: un’« ecologia » intera, dice, ecco una parola dei Bianchi che accetterebbe. Resta allora la domanda che la sua parola deposita nella nostra lingua: quando diciamo *« ambiente »*, di cosa parliamo ancora — di una terra di cui siamo abitanti, o di ciò che resta attorno a noi?

## Fonti

- Davi Kopenawa & Bruce Albert, *La Chute du ciel. Paroles d'un chaman yanomami* — Plon, coll. Terre humaine, 2010, trad. Bruce Albert (propos yanomami recueillis et traduits)


Fonte canonica : https://viasophia.org/it/reenchanter/2026-06-10-urihi/
