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title: "Akinananti"
sousTitre: "Chonon Bensho, artista shipibo-konibo, e Pedro Favaron danno nome a un lavoro la cui forma è l'amore e la gioia, e il cui fine è il bene di tutti — non l'efficienza."
description: "Akinananti, parola shipibo-konibo: il lavoro fatto insieme, con amore e gioia, senza fini egoistici. Una voce dall'interno, distinta dal «lavoro di squadra»."
date: 2026-06-08
lang: it
tradition: shipibo
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# Akinananti

CChonon Bensho inizia firmando il suo nome. All'anagrafe di Yarinacocha,
l'hanno registrata come Astrith Gonzales; nella sua lingua madre, il
shipibo-konibo, è Chonon Bensho — «la rondine dei frutteti dei rimedi»,
erede del sapere delle sue antenate. Scrive insieme al marito,
Pedro Favaron, nato a Lima, divenuto membro della sua famiglia **per alleanza**:
non più un *nawa*, uno straniero, come si dice in shipibo, ma un anello
di una rete di relazioni. È da lì — una parola condivisa in due, dall'interno
di una parentela, e offerta all'esterno — che una parola giunge fino a noi.

  
    In the Shipibo language we use the word akinananti to describe work that
    is done together with love and joy, work that does not pursue selfish
    ends but seeks the benefit of all.
  
  In lingua shipibo usiamo la parola *akinananti* per indicare il lavoro
  che si fa insieme, con amore e gioia, un lavoro che non persegue fini
  egoistici ma cerca il bene di tutti.

Il francese non ha questa parola in un solo termine. Ha «collaborazione»,
«lavoro di squadra», «mutuo soccorso», «volontariato» — ognuno ne coglie
solo un frammento. *Akinananti* non descrive un metodo per produrre meglio
in molti: nomina un lavoro in cui l’**affetto** (l’amore, la gioia) e il
**fine** (il bene di tutti) non sono supplementi morali aggiunti al compito,
ma ciò che lo costituisce. Togliete la gioia, togliete il bene comune perseguito,
e non è più *akinananti* — è altro.

*[akinananti]* Parola shipibo-konibo, fornita e glossata dagli autori stessi. L'unica fonte affidabile per l'ortografia di una parola autoctona è chi la porta: qui Chonon Bensho, parlante nativa. La si accoglie, non la si ricostruisce.

Perché il lavoro dovrebbe essere, anzitutto, una questione di relazione?
Perché il mondo, in questa parola, non è fatto di cose. Bensho e Favaron
lo affermano con chiarezza:

> Tutti gli esseri viventi provengono da una fonte comune e partecipano a
> una rete di relazioni intrecciate. Nessuno è nella solitudine. Piuttosto,
> siamo tutti in relazione, in connessione.
>
> — **Chonon Bensho & Pedro Favaron**, *Ainbon Jakon Joi: The Good Word of an Indigenous Woman*, livre Ainbon Jakon Joi: The Good Word of an Indigenous Woman. éd. da Terralingua, Langscape Magazine, vol. 9 (2020) — sulla base dell'inglese (trad. dallo spagnolo di Tirso Gonzales).

Se ogni essere — la pianta, l'animale del fiume, quello che vola — possiede,
secondo loro, intelligenza, linguaggio e parte spirituale, allora lavorare
non significa mai attingere a una riserva di oggetti inerti. È agire *dentro*
un tessuto di legami già esistenti. *Akinananti* è il nome che prende la fatica
quando il mondo è popolato di soggetti, non di risorse: non ci si associa
per strappare di più, ma per ispessire il legame. È ciò che oppongono, senza
giri di parole, «all'egoismo competitivo e alla crudeltà che il mercantilismo
ci ha scaraventato addosso».

Bisogna qui guardarsi da un falso accostamento. La biologia dell'aiuto reciproco —
Kropotkin ieri, i suoi eredi oggi — mostra che la cooperazione è una strategia
del vivente, adottata perché *fa sopravvivere*. È un fatto di natura, misurato,
mobilitabile. *Akinananti* non si giustifica così: non poggia sulla sopravvivenza
né sul rendimento, **presuppone** un cosmo di persone e fa della gioia la sua forma.
L'aiuto reciproco è un calcolo felice; *akinananti* è un modo di abitare il legame.
Entrambi rifiutano l'individuo solo e in competizione — ma la somiglianza viene
dopo la differenza, mai prima. L'uno risponde alla domanda *come durare*; l'altro,
alla domanda *come vivere bene tra i viventi*.

Resta da ascoltare la precisazione: non è «i Shipibo pensano che». Sono due persone
nominate — una donna shipibo-konibo, un uomo entrato nella sua famiglia — che
consegnano, in accesso libero, una parola della loro lingua e il pensiero che la
sostiene. La parola vive ora nel [dizionario](https://viasophia.org/lexique/akinananti/).
Non ci chiede di lavorare di più insieme. Ci chiede cosa diventerebbe il nostro
lavoro se il mondo, intorno ad esso, fosse pieno di soggetti anziché di cose.

## Fonti

- Chonon Bensho & Pedro Favaron, *Ainbon Jakon Joi: The Good Word of an Indigenous Woman* — Terralingua, Langscape Magazine, vol. 9 (2020) — texte anglais trad. de l'espagnol par Tirso Gonzales (https://terralingua.org/stories/ainbon-jakon-joi-the-good-word-of-an-indigenous-woman/)


Fonte canonica : https://viasophia.org/it/reenchanter/2026-06-08-akinananti/
