---
title: "L'illusione e il suo attraversamento: tre vie della libertà"
sousTitre: "Desiderio, rivolta, interdipendenza — le illusioni dell'io e del mondo secondo Schopenhauer, Camus e Dōgen"
description: "La libertà non si conquista con l'affermazione del sé, ma con la sua dissoluzione o la sua lucidità. Tre pensatori ne esplorano le condizioni: Schopenhauer attraverso la negazione del desiderio, Camus con la rivolta politica, Dōgen nell'immersione nell'interdipendenza del vivente. Le loro divergenze radicali sulla natura dell'illusione — metafisica, sociale, ecologica — rivelano tuttavia un vertice comune: la liberazione esige anzitutto di riconoscere ciò che ci aliena."
date: 2026-10-04
lang: it
tradition: undefined
auteurs: ["Arthur Schopenhauer", "Albert Camus", "Dōgen"]
---
# L'illusione e il suo attraversamento: tre vie della libertà

La libertà non è uno stato, ma un movimento. Non si possiede, si attraversa. Tre voci ne delineano i contorni per negazione: non ciò che essa è, ma ciò da cui libera. Per Schopenhauer, l’illusione è anzitutto quella dell’io, quel teatro in cui si rappresentano i desideri che ci incatenano. Per Camus, è sociale, un velo gettato sull’assurdità del mondo dalle ambizioni che lo strutturano. Per Dōgen, è ecologica, l’oblio della nostra interdipendenza con il vivente. Ciascuno propone una via d’uscita: la negazione, la rivolta, la dissoluzione. I loro cammini divergono, ma il punto di partenza è identico — riconoscere l’illusione per ciò che è.

## Schopenhauer: l’illusione come desiderio e la libertà come negazione

Schopenhauer non parla di libertà, ma di felicità. Eppure, si tratta proprio di una liberazione. La felicità, negli *Aforismi sulla saggezza nella vita*, non è un fine, ma un effetto collaterale della dissoluzione delle condizioni che ci rendono infelici. Queste condizioni sono personali, e tra esse le qualità fisiche e intellettuali occupano un posto centrale. Il > In tutta questa dissertazione sulle condizioni personali che contribuiscono alla nostra felicità, ho avuto di mira le qualità fisiche e soprattutto quelle intellettuali.
>
> — **Arthur Schopenhauer**, *Aphorismes sur la sagesse dans la vie*. éd. secondo la traduzione francese di Jean-Alexandre Cantacuzène. Queste qualità non sono neutre: determinano l’intensità e la natura dei nostri desideri. Più l’intelletto è acuto, più i desideri si fanno complessi, e più la loro insoddisfazione è dolorosa. La libertà, qui, non consiste nel soddisfarli, ma nel ridurli.

L’illusione schopenhaueriana è metafisica. Risiede nella credenza che l’io sia una sostanza autonoma, capace di realizzarsi attraverso l’accumulo di soddisfazioni. Ma l’io è un fascio di desideri, e questi desideri sono senza fine. Volerne colmare il vuoto significa intraprendere una corsa senza uscita. La saggezza, dunque, non sta nell’affermazione di sé, ma nella sua limitazione. Schopenhauer non propone un’etica dell’azione, ma un’etica della misura. La libertà sopraggiunge quando il desiderio si esaurisce, non per forza, ma per lucidità. Comprendere che la felicità non risiede nell’oggetto del desiderio, ma nell’assenza di desiderio, è già liberarsene.

Questa negazione non è un rinnegamento passivo. È attiva, perché esige di vedere il mondo com’è: un luogo in cui la sofferenza è la regola, e il piacere, l’eccezione. Le qualità intellettuali, rivelando questa verità, diventano al tempo stesso il problema e la soluzione. Esasperano la sofferenza rendendo i desideri più sottili, ma permettono anche di trascenderli. La libertà schopenhaueriana è dunque una liberazione attraverso la conoscenza — non una conoscenza astratta, ma incarnata, che modifica il modo in cui abitiamo il mondo.

## Camus: l’illusione come ambizione e la libertà come rivolta

Camus, invece, non parla di felicità, ma di vita. E la vita, nel *Mito di Sisifo*, è anzitutto una questione di lucidità. L’illusione che denuncia non è metafisica, ma sociale. Assume la forma dell’ambizione, quella « via verso una vita più grande » che, in realtà, ci distoglie dall’unica cosa che conta: l’istante presente. Il > il conquistatore sarà distolto dall’ambizione, che non era altro che una via verso una vita più grande.
>
> — **Albert Camus**, *Myth of Sisyphus*. éd. secondo l'edizione inglese" maison langSource="en. L’ambizione è una trappola, perché promette una pienezza futura che non arriverà mai. È il motore delle società moderne, ma anche la loro menzogna fondativa.

La libertà, per Camus, non passa attraverso la negazione del desiderio, ma attraverso la sua riorientazione. L’ambizione è un’illusione perché postula che la felicità sia altrove, in un futuro sempre differito. La rivolta, invece, è un atto di presenza. Consiste nel rifiutare i racconti che ci alienano — quelli del successo, del progresso, della trascendenza — per affermare il valore del presente. Sisifo, condannato a spingere eternamente il suo masso, è libero quando accetta la sua condizione. La sua libertà non sta nel compimento del compito, ma nella consapevolezza che ne ha. Allo stesso modo, l’uomo assurdo è libero quando smette di cercare un senso oltre l’esistenza per crearne uno nell’istante.

Questa libertà è politica, perché implica un rifiuto delle strutture che ci imprigionano. L’ambizione è un’illusione collettiva, un inganno che mantiene gli individui nell’obbedienza. La rivolta, invece, è un atto solitario che diventa collettivo quando si generalizza. Non è una negazione pura, come in Schopenhauer, ma un’affermazione paradossale: affermare il valore della vita rifiutando le menzogne che la negano. Camus non propone un’etica della rassegnazione, ma un’etica della lucidità. La libertà sopraggiunge quando si smette di credere alle promesse del mondo per inventarne di nuove.

L’illusione camusiana è dunque sociale, ma ha una dimensione metafisica. L’ambizione è una fuga in avanti, un modo di negare l’assurdità fondamentale dell’esistenza. La rivolta, invece, è un modo di abbracciarla. Non elimina l’assurdo, ma lo trasforma in una forza. La libertà, qui, non sta nella negazione del desiderio, ma nella sua riappropriazione. Esige di vedere il mondo com’è — senza Dio, senza destino, senza un senso predeterminato — e di trovarvi una ragione per agire.

## Dōgen: l’illusione come separazione e la libertà come dissoluzione

Dōgen, infine, non parla né di felicità né di vita, ma della Via. E la Via, nello *Shōbōgenzō*, è una pratica. L’illusione che denuncia non è né metafisica né sociale, ma ecologica. Risiede nella credenza che l’io sia un’entità separata dal resto del vivente. Questa illusione è al tempo stesso la più antica e la più tenace, perché struttura il nostro rapporto con il mondo. Il > Praticate zazen regolarmente con il kashaya indosso. Esiste un precedente per cui si raggiunge la Via nella seconda vita successiva come risultato dell’aver indossato il kashaya in questa vita.
>
> — **Dogen**, *dogen-shobogenzo-treasury-true-dharma-eye-tanahashi*. éd. secondo la traduzione inglese di Kazuaki Tanahashi" maison langSource="en. Il kashaya, questo indumento monastico, non è un semplice simbolo. È una pratica, un modo di iscriversi in una continuità che va oltre l’individuo. La libertà, per Dōgen, non consiste nell’affermare l’io, ma nel dissolverlo nell’interdipendenza del vivente.

L’illusione dōgeniana è quella della separazione. Assume la forma di un io che si crede autonomo, mentre è il prodotto di mille interazioni — con gli altri esseri, con la terra, con il tempo. Lo zazen, la meditazione seduta, è una pratica di dissoluzione. Non mira a sopprimere l’io, ma a situarlo in una rete più vasta. Il kashaya, indossato regolarmente, è un modo per ricordare questa interdipendenza. Non è un indumento, ma una pelle nuova, un modo di rivestirsi del mondo.

La libertà, qui, non sta nella negazione del desiderio, come in Schopenhauer, né nella sua riorientazione, come in Camus. Sta nel riconoscere che l’io non è una prigione, ma un passaggio. La « seconda vita successiva » di cui parla Dōgen non è una promessa di reincarnazione, ma una metafora della continuità. La libertà sopraggiunge quando si smette di identificarsi con un’esistenza individuale per iscriversi in un flusso più ampio. Non è una liberazione *da* qualcosa, ma una liberazione *in* qualcosa — nell’interdipendenza, nel tempo, nel vivente.

Questa libertà è ecologica, perché implica una riconciliazione con il mondo. Non è una fuga, ma un’immersione. Lo zazen non è un’evasione, ma un modo di stare al cuore dell’esistenza. Dōgen non propone un’etica della negazione o della rivolta, ma un’etica della presenza. La libertà, qui, sta nell’accettazione — non un’accettazione passiva, ma attiva, che trasforma il modo in cui abitiamo il mondo.

## Il vertice comune: l’illusione come velo e la libertà come attraversamento

Tre illusioni, tre vie. Schopenhauer vede nel desiderio la fonte dell’alienazione, Camus nell’ambizione, Dōgen nella separazione. Eppure, le loro proposte convergono su un punto: la libertà non sta nell’affermazione dell’io, ma nel suo attraversamento. Per Schopenhauer, è nella negazione del desiderio; per Camus, nella rivolta contro le illusioni sociali; per Dōgen, nella dissoluzione dell’io nell’interdipendenza. Ciascuno propone un modo di vedere il mondo com’è, senza i veli che ce ne separano.

L’illusione, nei tre, è un velo. Per Schopenhauer, è il velo di Māyā, quell’apparenza che ci fa credere che la felicità risieda nella soddisfazione dei desideri. Per Camus, è il velo delle ambizioni collettive, che ci fanno dimenticare l’assurdità fondamentale dell’esistenza. Per Dōgen, è il velo dell’ego, che ci fa credere di essere separati dal resto del vivente. La libertà, in tutti e tre i casi, sta nel gesto che squarcia questo velo.

Quel gesto non è lo stesso. Schopenhauer propone un’ascesi intellettuale, un modo di distaccarsi dai desideri attraverso la conoscenza. Camus propone una rivolta esistenziale, un modo di rifiutare le menzogne del mondo per inventarne di nuove. Dōgen propone una pratica corporea, un modo di iscriversi in una continuità che va oltre l’individuo. Eppure, questi gesti hanno una struttura comune: esigono di vedere l’illusione per ciò che è, e di attraversarla.

La libertà, qui, non è uno stato, ma un movimento. Non sta nell’arrivo, ma nell’attraversamento. Schopenhauer, Camus e Dōgen non propongono una dottrina della liberazione, ma una pratica. Per l’uno, è la negazione; per l’altro, la rivolta; per il terzo, la dissoluzione. Ma in tutti e tre i casi, si tratta di liberarsi dalle illusioni che ci alienano — non per raggiungere un altrove, ma per abitare pienamente l’qui.

*[Trois illusions, une même structure]* **Tre illusioni, una stessa struttura** L’illusione schopenhaueriana è quella dell’io come sostanza autonoma, i cui desideri sarebbero la manifestazione. L’illusione camusiana è quella di un mondo strutturato da racconti che ci alienano. L’illusione dōgeniana è quella di una separazione tra l’individuo e il vivente. In tutti e tre i casi, l’illusione è ciò che ci impedisce di vedere il mondo com’è. La libertà, dunque, sta nel gesto che rivela questa illusione — non per negarla, ma per attraversarla.

## Fonti

- Arthur Schopenhauer, *Aphorismes sur la sagesse dans la vie* — trad. Jean-Alexandre Cantacuzène
- Albert Camus, *Myth of Sisyphus* — 
- Dogen, *dogen-shobogenzo-treasury-true-dharma-eye-tanahashi* — 


Fonte canonica : https://viasophia.org/it/essais/2026-10-04-illusion-sa-traversee-trois-voies/
