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title: "La sovranità come rapporto al mondo: tre regimi di potere"
sousTitre: "Dominio tecnico, equilibrio cosmico, illusione politica"
description: "Tra Spinoza, Kopenawa e Mbembe, la sovranità si dispiega come padronanza tecnica del mondo, equilibrio non-umano o illusione da decostruire. Tre voci distinte prima di ogni possibile convergenza: l'affezione spinoziana, la potenza di Omama, il diritto cosmopolitico come orizzonte di pace perpetua. Una tensione tra potenza, armonia e spossessamento che rivela incommensurabili."
date: 2026-08-02
lang: it
tradition: undefined
auteurs: ["Baruch Spinoza", "Davi Kopenawa", "Achille Mbembe"]
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# La sovranità come rapporto al mondo: tre regimi di potere

La sovranità non è una. Si frammenta in regimi di potere che non si lasciano ridurre l’uno all’altro. Prima di ipotizzarne una possibile articolazione, occorre distinguerli nella loro singolarità. Tre voci emergono qui, ciascuna proponendo una modalità distinta del rapporto col mondo: la padronanza tecnica in Spinoza, dove la sovranità si misura sulla potenza umana; l’equilibrio cosmico in Kopenawa, dove si inscrive in un ordine non-umano; infine, l’illusione politica in Mbembe, dove si dissolve nei flussi transnazionali. Queste tre proposte non dialogano ancora. Si affermano innanzitutto come incommensurabili.

## La sovranità come potenza: Spinoza e l’affezione del mondo

Spinoza non parla di sovranità in quanto tale. Parla di affezione, di potenza, di ciò che prevale o meno sulle azioni umane. La sovranità, in lui, non è un concetto politico, ma una questione di rapporti di forza. Si gioca nella capacità di un’affezione di dominare le altre, di imporsi come principio determinante dell’agire.

> Perciò l’affezione riferita alla cosa considerata come assente non è di natura tale da prevalere sulle altre azioni e sulla potenza dell’uomo (cfr. a questo proposito la Prop.
>
> — **Baruch Spinoza**, *Éthique*. éd. da traduzione francese di Charles Appuhn, 1913.

L’assenza della cosa non ne annulla il potere. Lo sposta, lo trasforma, ma non lo sopprime. La sovranità spinoziana è dunque una questione di presenza e di assenza, di ciò che persiste nonostante la lontananza. Si misura sulla capacità di un’affezione di determinare l’uomo, di orientarne la potenza. Se un’affezione prevale sulle altre, diventa sovrana. Impone la sua legge.

Questa sovranità non è un attributo dello Stato, ma una proprietà dei corpi e degli spiriti. È immanente, sempre in gioco, sempre contestata. Non si decreta; si conquista nello scontro delle forze. La potenza umana non è mai assoluta: è sempre relativa a ciò che la determina, a ciò che la supera. La sovranità, qui, è un equilibrio precario, una dominazione sempre minacciata da altre affezioni, da altre potenze.

Spinoza non propone una teoria della sovranità politica. Propone un’ontologia della potenza, dove la sovranità è una faccenda di rapporti di forza. Non è un ideale da raggiungere, ma uno stato di fatto, sempre provvisorio, sempre rimesso in discussione.

## La sovranità come armonia: Kopenawa e la potenza di Omama

In Davi Kopenawa, la sovranità non è questione di padronanza, ma di equilibrio. Non attiene alla potenza umana, ma a un ordine cosmico in cui l’umano è solo un attore tra gli altri. La sovranità, qui, è una faccenda di relazioni, di corrispondenze, di ciò che mantiene l’armonia del mondo.

> È con essa che Omama mette in fuga gli esseri malefici della foresta e gli esseri dell’epidemia.
>
> — **Davi Kopenawa**, *La Chute du ciel*. éd. da edizione francese Plon, coll. Terre humaine, 2010.

Omama non è un sovrano in senso politico. È una forza, una potenza che agisce attraverso il mondo, che lo protegge, che ne mantiene l’equilibrio. La sovranità, in Kopenawa, non è una dominazione, ma una protezione. È ciò che permette al mondo di persistere, di resistere alle forze di distruzione.

Gli esseri malefici della foresta, gli esseri dell’epidemia: sono potenze che minacciano l’ordine cosmico. Omama non li domina con la forza bruta, ma con una potenza che li mette in fuga. La sovranità, qui, non è questione di controllo, ma di resistenza, di preservazione. È ciò che impedisce al mondo di precipitare nel caos.

Questa sovranità non è umana. È cosmica, condivisa tra gli esseri, gli spiriti, le forze che popolano il mondo. L’umano non ne è il centro, ma un partecipante. La sua potenza non è sovrana; è relativa a quella degli altri esseri, a quella di Omama. La sovranità, in Kopenawa, è una faccenda di relazioni, di ciò che mantiene il mondo in vita.

Non è un attributo, ma un processo. Non si possiede; si vive, si condivide. Non è una dominazione, ma un’armonia, sempre fragile, sempre minacciata.

## La sovranità come illusione: Mbembe e il diritto cosmopolitico

Achille Mbembe non parla di sovranità come di una realtà, ma come di una finzione. Una finzione necessaria, forse, ma pur sempre una finzione. La sovranità, in lui, è un concetto politico che si scontra con la realtà dei flussi transnazionali, delle relazioni commerciali, delle forze che attraversano i confini.

> L’idea del mondo come superficie percorsa da relazioni commerciali che attraversano i confini degli Stati e minacciano di rendere obsoleta la loro sovranità è, sotto molti aspetti, contemporanea alla nascita del diritto internazionale, del diritto civile e del diritto cosmopolitico, la cui finalità è garantire la «pace perpetua».
>
> — **Achille Mbembe**, *Critique de la raison n gre*. éd. testo originale in francese.

La sovranità statale è un’illusione, perché il mondo non è più una giustapposizione di territori chiusi. È una superficie solcata da flussi, scambi, relazioni che ignorano i confini. Il diritto internazionale, il diritto civile, il diritto cosmopolitico: queste costruzioni giuridiche sono nate per rispondere a questa realtà, per tentare di regolarla, di addomesticarla. Ma rivelano anche l’obsolescenza della sovranità statale.

La pace perpetua, qui, non è un ideale, ma un orizzonte. Un orizzonte che si sottrae di continuo, perché le relazioni commerciali, i flussi transnazionali, le forze economiche non si lasciano ingabbiare negli schemi giuridici. La sovranità, in Mbembe, è una finzione che resiste a fatica alla realtà degli scambi, delle circolazioni, delle dipendenze.

Non è una potenza, ma una costruzione fragile, sempre minacciata da ciò che la supera. Non è un’armonia, ma un tentativo di padronanza, sempre incompiuto, sempre contestato. La sovranità, qui, è un’illusione politica, una finzione necessaria, ma pur sempre una finzione.

Mbembe non propone di respingerla. Propone di vederla per ciò che è: una costruzione, uno strumento, una finzione che permette di pensare il mondo, ma che non lo coglie interamente. La sovranità non è una realtà, ma un regime di potere, un modo di pensare le relazioni tra Stati, individui, flussi.

## Tre regimi di potere, una tensione irriducibile

Spinoza, Kopenawa, Mbembe: tre voci, tre proposte. La sovranità come potenza, come armonia, come illusione. Tre regimi di potere che non si lasciano ridurre l’uno all’altro.

In Spinoza, la sovranità è una faccenda di rapporti di forza, di ciò che prevale sulle altre affezioni. È immanente, sempre in gioco, sempre contestata. Non è un attributo, ma uno stato di fatto, una dominazione sempre provvisoria.

In Kopenawa, la sovranità è una faccenda di equilibrio cosmico, di ciò che mantiene il mondo in vita. Non è umana, ma condivisa tra gli esseri, gli spiriti, le forze che popolano il mondo. Non è una dominazione, ma un’armonia, sempre fragile.

In Mbembe, la sovranità è una finzione politica, una costruzione che tenta di cogliere una realtà che la supera. Non è una potenza, ma un’illusione, un tentativo di padronanza sempre incompiuto.

Queste tre proposte non dialogano ancora. Si affermano innanzitutto come incommensurabili. La potenza spinoziana non si lascia ridurre all’armonia kopenawiana, né all’illusione mbembiana. L’equilibrio cosmico non si lascia afferrare dalle categorie del dominio tecnico, né da quelle della finzione politica. La sovranità come illusione non si confonde con la sovranità come potenza, né con la sovranità come armonia.

Tuttavia, queste tre voci non sono prive di punti di contatto. Condividono una stessa tensione: quella di un rapporto al mondo che non si lascia rinchiudere in un’unica definizione. La sovranità, in Spinoza, Kopenawa e Mbembe, è sempre una questione di relazioni, di ciò che resiste, di ciò che persiste, di ciò che si sottrae.

Spinoza propone una sovranità come potenza, ma una potenza sempre relativa, sempre contestata. Kopenawa propone una sovranità come armonia, ma un’armonia sempre fragile, sempre minacciata. Mbembe propone una sovranità come illusione, ma un’illusione necessaria, sempre in gioco.

Queste tre proposte non si risolvono in una sintesi. Restano incommensurabili, modi distinti di pensare il rapporto al mondo. Ma aprono una tensione, una domanda: come pensare la sovranità senza ridurla a una di queste tre modalità? Come tenere insieme potenza, armonia e illusione?

La risposta, forse, non sta nella convergenza, ma nella tensione stessa. Nel riconoscimento di questi tre regimi di potere, della loro irriducibilità, della loro incommensurabilità. La sovranità non è una. È molteplice, frammentata, sempre in gioco. È potenza, armonia, illusione. Ed è in questa molteplicità che si dispiega.

## Fonti

- Baruch Spinoza, *Éthique* — trad. Charles Appuhn (1913)
- Davi Kopenawa, *La Chute du ciel* — Plon, coll. Terre humaine, 2010, trad. Bruce Albert (propos yanomami recueillis et traduits)
- Achille Mbembe, *Critique de la raison n gre* — 


Fonte canonica : https://viasophia.org/it/essais/2026-08-02-souverainete-comme-rapport-monde-trois/
