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title: "Il frutto selvatico e il legno grezzo"
sousTitre: "Montaigne rovescia la parola « barbaro » su chi la pronuncia; Lao-Tse torna al blocco prima della lavorazione. Due diffidenze dello sguardo che prende l’artificiale come misura."
description: "Montaigne: « barbaro » designa ciò che non è conforme al nostro uso. Lao-Tse: tornare al legno grezzo. Due vie per smettere di scambiare l’artificio per la misura."
date: 2026-06-13
lang: it
tradition: philosophie-occidentale
auteurs: ["Michel de Montaigne", "Laozi"]
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# Il frutto selvatico e il legno grezzo

Un verdetto cade spesso prima ancora che l’occhio abbia guardato. « Barbaro », « selvaggio »: la parola è pronunciata, e ha già giudicato. Quando il re Pirro scopre in Italia l’ordinamento dell’esercito romano che gli viene descritto come barbaro, si ferma di colpo: « Non so, dice, cosa siano questi Barbari […] ma le disposizioni che vedo non lo sono affatto. » La parola annunciava il disordine dello straniero; la realtà, sotto i suoi occhi, la smentisce. Montaigne ne trae una regola secca: « è la nostra ragione, e non ciò che si dice, a dover determinare il nostro giudizio. »

Tutto il saggio *Dei Cannibali* lavora su questo scarto tra la parola ricevuta e la cosa vista. Montaigne ha avuto accanto a sé, per anni, un uomo tornato dal Nuovo Mondo; lo ascolta descrivere un popolo, e non trova nulla da condannarvi — se non il vizio del nostro stesso sguardo.

> Non trovo nulla di barbaro né di selvaggio in ciò che mi viene riferito di questa nazione, se non che ognuno chiama barbaro ciò che non si pratica presso di lui.
>
> — **Michel de Montaigne**, *Essais — Dei Cannibali*, livre I. éd. da traduzione francese di Michaud, 1907 (Wikisource).

Il « barbaro », dunque, non è una qualità dell’altro: è la distanza dell’altro dal mio uso. Teniamo la consuetudine del nostro paese come misura del vero e del ragionevole, e chiamiamo difetto tutto ciò che se ne discosta. Montaigne non corregge il verdetto con un altro verdetto — ne smonta lo strumento. L’immagine che sceglie rovescia d’un colpo il rapporto ordinario tra il naturale e l’alterato:

> Questi uomini sono selvaggi, come lo sono i frutti che noi definiamo con lo stesso epiteto, che la natura produce da sé e che crescono senza l’intervento dell’uomo. Non sono forse, al contrario, quelli che noi alteriamo con i nostri procedimenti di coltura, quelli di cui modifichiamo lo sviluppo naturale, a cui questa espressione dovrebbe applicarsi?
>
> — **Michel de Montaigne**, *Essais — Dei Cannibali*, livre I. éd. da traduzione francese di Michaud, 1907 (Wikisource).

« Selvaggio » dice, nell’orto, il frutto che nessuno ha innestato: non il mancato, ma l’intero. Le sue qualità, scrive Montaigne, sono « vive, vigorose, vere »; noi non facciamo che « imbastardirle » per adattarle « al nostro gusto, che è esso stesso corrotto ». Il lavoro, qui, non aggiunge: sottrae. E la superbia dell’arte crolla davanti a un nido d’uccello che nessuna mano sa rifare — « non c’è infatti ragione perché l’arte prevalga sulle opere della natura, nostra grande e potente madre ».

## Che cosa intende Montaigne per « barbaro »?

Ciò che ha ricevuto poco dalla nostra mano, e nulla ha perduto della sua originaria integrità. Questi popoli, scrive, sembrano « barbari » solo « per non essere stati che poco modificati dall’ingerenza dello spirito umano ». La parola, che si credeva dipingesse un difetto dell’altro, ritrae in realtà una prossimità che noi abbiamo disimparato. Il rovesciamento si compie quando Montaigne rivolge infine la stessa misura contro il proprio mondo:

> Possiamo dunque definire questi popoli barbari, se li giudichiamo dal punto di vista della ragione, ma non se li paragoniamo a noi, che li superiamo in barbarie di ogni genere.
>
> — **Michel de Montaigne**, *Essais — Dei Cannibali*, livre I. éd. da traduzione francese di Michaud, 1907 (Wikisource).

Il taglio della frase non è quello di esaltare l’altro e condannare i propri — sarebbe mantenere lo stesso sguardo grossolano, semplicemente rovesciato. È più sottile: toglie alla consuetudine il diritto di spacciarsi per ragione. L’occhio che giudicava impara di essere a sua volta giudicabile. È tutto il gesto dello scettico perigordino — *che ne so?* —, che sospende non per non vedere, ma per smettere di confondere ciò che ha sotto mano con la natura delle cose.

Lontano da lì, in una lingua che non conosce né Nuovo Mondo né cannibali, un altro testo lavora la stessa diffidenza verso il lavorato — ma per un’altra via. Laozi non rovescia alcuno sguardo sull’altro. Non confronta due popoli; risale al di qua della lavorazione. Là dove Montaigne umilia l’occhio che nomina, il *Tao Te Ching* scioglie la mano che taglia.

> Se rinunciate alla saggezza e abbandonate la prudenza, il popolo sarà cento volte più felice. […] Se rinunciate all’abilità e abbandonate il lucro, i ladri e i briganti scompariranno. […] Che si sforzino di mostrare la loro semplicità, di conservare la loro purezza, di avere pochi interessi privati e pochi desideri.
>
> — **Laozi**, *Tao Te Ching*, ch. XIX. éd. da traduzione francese di Stanislas Julien, Imprimerie royale, 1842 (Wikisource)"
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  langSource="cmn.

La « semplicità » e la « purezza » della fine traducono un unico carattere, la parola che regge tutto il capitolo.

*[樸 · pǔ]* Julien glossa il carattere 樸: « legno che non è ancora sgrossato, lavorato ». È il [pu](https://viasophia.org/lexique/pu/), il blocco grezzo prima del taglio — non una mancanza, ma l’intero che contiene ancora tutte le forme possibili.

Il [pu](https://viasophia.org/lexique/pu/) è l’immagine inversa dell’utensile. Finché il blocco non è tagliato, può diventare qualsiasi cosa; sezionarlo significa fissarlo in un oggetto e perdere tutti gli altri. La saggezza, l’abilità, il lucro che Laozi invita a deporre sono altrettante incisioni: ognuna specializza, dunque sottrae. Tornare al legno grezzo non significa impoverirsi — significa risalire verso lo stato intero, al di qua della fabbricazione.

Le due vie non si assomigliano. Montaigne parte dall’altro — il popolo « selvaggio » la cui vista gli rende sospetta la propria consuetudine; il suo gesto è critico, rivolto verso l’esterno, e si ferma a una sospensione: non predica il ritorno ai boschi, toglie soltanto alla consuetudine ricevuta la sua insegna di misura. Laozi non guarda nessuno da lontano; il suo gesto è ontologico, rivolto alla sorgente: il non-lavorato precede il lavorato come il blocco precede il vaso, e a quello si torna. L’uno dubita di un giudizio, l’altro scioglie una lavorazione.

Eppure entrambi rifiutano la stessa cosa: che il lavorato, il coltivato, il raffinato sia la misura del buono. Per Montaigne, il frutto innestato è un frutto « corrotto » per il nostro gusto corrotto; per Laozi, il vaso tagliato è una diminuzione del legno intero. In entrambi i casi, ciò che si spaccia per un guadagno — la cultura, l’abilità, il lustro dei costumi — può essere solo una sottrazione che si ignora, e il naturale non toccato, una pienezza scambiata per un difetto. Il frutto selvatico e il legno grezzo nominano la stessa cosa sotto due cieli: non il rozzo che manca di forma, ma l’intero prima che lo si sia tagliato al nostro uso. Non la stessa porta — umiliare l’occhio, sciogliere la mano —, ma la stessa stanza.

Resta la domanda che né il dubbio né il legno grezzo risolvono al posto nostro: quando dico di una cosa che è rozza, selvaggia, barbara, è la cosa che descrivo — o la distanza che la separa da un’opera che ho preso, senza saperlo, per la natura stessa?

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## Fonti

- Michel de Montaigne, *Essais* — Édition Michaud, 1907 (Wikisource, orthographe modernisée) (https://fr.wikisource.org/wiki/Essais/édition_Michaud,_1907)
- Lao-Tseu, *Tao Te King* — Imprimerie royale, 1842 (Wikisource), trad. Stanislas Julien (https://fr.wikisource.org/wiki/Tao_Te_King)


Fonte canonica : https://viasophia.org/it/articles/2026-06-13-fruit-sauvage-bois-brut/
